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Feb. 20th, 2012

Memento Mori

Memento mori

Il fiato corto si era dissipato e il sudore aveva cominciato ad asciugarsi sulla sua fronte, appiccicoso e salato. I battiti nel petto stavano ancora correndo, nonostante i piedi fossero fermi da vari minuti.
Prese una bottiglia di vino dallo scaffale e con i denti le tolse il tappo, morbido da un'apertura precedente, avanzo di un festino di cui non ricordava i volti. Bevve una lunga sorsata e lanciò la bottiglia nel lavello, poi sobbalzando e maledicendosi per il rumore.
Nessuno era al corrente dell'esistenza di quella casa, soleva soggiornare nella dimora del cardinale, ma la prevenzione era d'obbligo, aveva superato il limite.
Sollevò il lenzuolo dal cavalletto, facendolo scivolare a terra, afferrò un pennello e cominciò a mescolare il colore. Le tinte create erano per lui unica pace e armonia, ma al tempo stesso sua croce, ambizione mai appagata, motivo di sfogo, delizia graffiante. Intinse il pennello nell'acqua e il bicchiere si sfumò di nero, creando spirali di fumo liquido. Non serviva certo una vecchia zingara per interpretare l'umore del giovane, ed anche la scelta del colore parlava chiaro.
Era da tempo che faceva uscire i suoi soggetti da un tetro fondo nero, quasi sembrava che si sforzassero, con piedi pesanti, di liberarsi di quell'oscuro sipario, prigionieri su un palcoscenico di infinita ombra e malinconia.
Distribuiva le pennellate in modo uniforme ma caotico, dipingeva senza disegno preparatorio, con ausilio unico della sua fantasia. Non temeva gli errori sulla tela, così come nella sua vita disadattata: cambiava pennello e ci passava sopra.
Letteralmente.
Si chiese come avrebbe fatto, da quel momento. Non era cosa da poco, non poteva pensare di avere ancora le spalle coperte. Amici potenti e virtuosismo nella pittura non potevano riparare a tutti i mali.
Si domandò per quale motivo doveva essere così impulsivo; guardando al suo passato, mai aveva affrontato un discorso o un litigio in modo maturo e conciliante.
La sua difesa era l'attacco, e la violenza risolveva spesso la maggior parte dei problemi.
Ma come si può condurre una vita d'artista quando si è condannati alla decapitazione immediata? Chiunque lo avesse riconosciuto avrebbe potuto procedere alla condanna. Immediatamente.
Tornò con la mente all'episodio, mordendosi un labbro, ricominciando a sudare. Non soltanto era uno sporco spagnolo tifoso, ma pure succube delle grazie di madama Fillide Melandroni, tanto che lui.
Per innumerevoli volte ripetè nella sua mente il doloroso ricordo della spada che trafiggeva mortalmente il rivale, dopo che la nemica l'aveva ferito.
Per innumerevoli volte cercò di analizzare meglio il ricordo, per trovare uno sgarro, per poter dimostrare che Ranuccio era vivo, modificare l'andamento della situazione, spostando la spada leggermente più su, invece che al cuore. Ma non funzionava, Ranuccio era morto. Era morto per mano sua.
Si domandò che diamine avrebbe potuto fare da allora, il suo protettore gli aveva intimato di non farsi vedere mentre cercava di calmare le acque. Non farsi vedere quando una regione intera ti da la caccia! Bazzecole!
Perchè aveva ucciso Ranuccio?
Un bagliore attraversò i suoi occhi mentre sempre più animato attaccava la tela,con rabbia e dolore e sudore e tremiti e grida. L'olio colava sul dipinto, uniforme come la lama di un coltello, forse come quella di una spada, forse una spada appena affilata, forse la spada che aveva ucciso Ranuccio, forse la sua.
Perchè se lo meritava.
Se lo meritava ed avrebbe dovuto ucciderlo prima. Se lo meritava e il colore rosso che colava dalla tela sui piedi avrebbe voluto fosse il suo sangue, voleva sentirlo, caldo e zampillante colare sulla sua mano che dipingeva la morte sua e si infilava nella ferita.
Era stata la scelta migliore.Anzi no, era stata giustizia.
Perchè lasciar vivere un cane di tali proporzioni? Che motivo avrebbe avuto, lasciarlo libero di godere dello stesso mondo in cui viveva lui?
Se lo meritava e mischiava i colori per dipingere il suo sangue, voleva una seconda volta togliergli la vita, voleva imprimerla in modo che tutti vedessero che era lui, lui soltanto, ad aver liberato il mondo da un tale peso e le grida si fecero forti e la rabbia si fece cieca, il sudore scivolava lungo il suo mento e una pulsante vena si era gonfiata sul collo del pittore.
D'un tratto sentì delle grida, lo risvegliarono, non erano le sue. Cercavano di abbattere la porta, delle grida alla porta, la sua porta, chi era?
Riprese coscienza della sua situazione quando sentì il tonfo della porta che fragorosa cadeva a terra, gettò al suolo il pennello e nell'uscire dalla finestra rovesciò la tela.
Un uomo entrò nella stanza seguito da qualche divisa. Osservò attentamente il vasellame da cucina sparso ovunque, la sporcizia, le bottiglie.
La tenda fluttuava come portata da un vento autunnale, sebbene non vi fosse un filo d'aria. In terra vi era una tela e l'uomo la sollevò. Era ancora fresca e raffigurava un ragazzino munito di spada, che con trionfo esibiva una testa mozzata. Gli occhi si arricchirono di stupore.
La testa era la sua, quella di Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, rissaiolo ed omicida di Ranuccio Tommasoni nonchè pittore di grandissima fama.
- L'abbiamo trovato... - disse l'uomo.